Presentazione

Giuseppe Vernazza è stato uno dei maggiori intellettuali che la nostra terra abbia prodotto nei secoli. Per mio conto, direi il maggiore tout court. Eppure, dopo la sua scomparsa, fatti salvi alcuni obblighi rituali, come l’intitolazione di una via, di lui nella sua città nessuno più si è occupato. Su di lui, ad Alba, è sceso un pesante silenzio. Rotto soltanto dalla pubblicazione, proprio in chiusura della prima serie eusebiana della rivista «Alba Pompeia», della bibliografia redatta da Vincenzo Armando, e più di recente da un bel saggio del compianto Luciano Maccario.

Questo volume, che raccoglie il frutto dell’accurato e paziente lavoro di ricerca di Lucetta Levi Momigliano, ha un po’ quindi il significato di un atto di riparazione.
Del riportare all’attenzione della città l’opera complessa e multiforme di un suo grande figlio, di un « albesano » (questo il termine con cui Vernazza indicava i suoi concittadini) di altissima qualità.

Giuseppe Maria Morgari

Il barone Giuseppe Vernazza di Freney
1821, Cherasco, Museo Adriani

Va reso il dovuto merito alla Fondazione Ferrero per essersi incamminata per questa strada, e al professor Giovanni Romano per averla sapientemente instradata.
L’operosità intellettuale del Vernazza ha del prodigioso. Già l’elenco delle sue pubblicazioni è molto lungo: occupa ben 54 pagine di rivista. Ma quando si passa a considerare la mole di lavoro di ricerca da lui compiuto, testimoniato dall’autentico mare di sue carte (appunti, abbozzi, lettere, regesti, trascrizioni e quant’altro) conservato a Torino dall’Accademia delle Scienze e dalla Biblioteca Reale, a Cherasco dalla Biblioteca che fu dell’abate Adriani e, in misura ben piccola, nella Biblioteca civica di Alba, non possiamo che esprimere un’ammirazione che sfiora l’incredulità. Non c’è stato ad Alba archivio di rilievo, pubblico o privato o religioso, che egli non abbia scorso e regestato: tanto che attraverso i suoi meticolosi appunti oggi possiamo conoscere il contenuto di carte ormai scomparse nella bufera del periodo rivoluzionario o nelle non sempre limpide vicende delle successive “eversioni” dell’asse ecclesiastico.
E non c'è stato antico reperto che non abbia attirato la sua curiosità, né monumento architettonico o artistico che gli sia sfuggito e non sia stato da lui collocato nella griglia di una ricostruzione storica che proprio da lui prende l’avvio. « Mi diletto assaissimo — scriveva in una delle sue lettere — nella considerazione della storia patria; e il frequente piacere di trovar cose nuove, o poco sapute, (...) è un larghissimo premio della pazienza necessaria a cercarle. Quali considerazioni o politiche o letterarie faremo noi sulle cose nostre, se non ne precede la sicura notizia? ».

Quando Giovanni Romano lo indica come « il fondatore della nostra storia dell’arte » non fa che ribadire una realtà che anche ai suoi contemporanei era apparsa evidente. Chiunque volesse avere notizie di qualche artista di queste nostre terre pedemontane, che non erano proprio le pìu rinomate per produzione pittorica o scultorea, a Giuseppe Vernazza si rivolgeva, sapendo che le informazioni che da lui provenivano erano del tutto affidabii, perché basate su una meticolosa documentazione filtrata da uno smisurato sapere.
Ed ecco quindi un’altra faccia, non certo la minore, del Vernazza. Grande intellettuale, « savant » nel gergo del tempo, interessatissimo alla dimensione locale ma collocato saldamente in una rete di stupefacente vastità di rapporti con i suoi pari di tutta Italia e, anzi, di tutta Europa.
Capace di esercitare senza esitazioni la sua attitudine critica anche su oggetti ben lontani da quelli della sua terra patria, allorquando le contingenze politiche lo spingono a un lungo e non ozioso esilio nell’Italia centrale. E capace di rapportarsi senza alcun senso di inferiorità con gli studiosi francesi o inglesi o tedeschi che venivano in Italia per compiervi il loro grand tour e che da lui venivano accolti, guidati, starei quasi per dire ammaestrati.

Carlo Randoni

Veduta dell'incendio di Torino
fattosi dalle Armate Imperiali
Austro-Russe nell anno 1799

Torino, Biblioteca Reale

Fino in fondo « albesano », Vernazza è però anche uno dei pochi piemontesi dell’epoca a conoscere la lingua inglese (nel 1771 già si dedica alla traduzione di alcuni saggi di Hume), oltre che quella tedesca e quella francese, quest’ultima ben familiare nel Piemonte sabaudo.
Egli esce pertanto alla grande dalle angustie proprie di certa cultura che, ancor più che locale, sarebbe esatto denominare come localistica, prigioniera di una dimensione piccola che è certo essenziale per ogni uomo (perché rappresenta l’hic et nunc della sua esperienza) ma che risulta asfittica se non sa confrontarsi in un dialogo continuo e proficuo con un ambito più vasto che, solo, sa dare al locale respiro e significato compiuto.
Profondamente partecipe dei fermenti di una cultura cosmopolita, Giuseppe Vernazza dà al suo impegno intellettuale anche una concretissima prospettiva di adesione a un corale anelito riformatore che per tutto il Settecento percorse l’Europa e anche, seppure con un certo ritardo, il piccolo regno sabaudo. Come tutti gli illuministi (seppure fosse, come è stato scritto, una « tempra di cauto illuminista »), vede l’esito del suo lavoro di ricerca anche in una trasformazione degli ordinamenti statuali attraverso l’assunzione di concrete responsabilità operative nella macchina burocratica che circondava la corte. Innumerevoli e diversificati furono nel tempo i suoi incarichi, quasi sempre al fianco delle più insigni personalità dell’epoca.
Erano queste provenienti pressoché tutte dalle maggiori famiglie dell’aristocrazia piemontese. Vernazza era a ogni titolo loro pari nel sapere, ma sentiva forse come una menomazione non esserlo anche nel rango. Per cui brigò in ogni modo per ottenere quel titolo nobiliare (barone di Freney) che poi non mancava di ostentare ovunque. Ingenua vanità di un uomo che però non fu mai infedele alle sue idee.

Le sue aspirazioni riformatrici, che si applicavano soprattutto al campo nevralgico delle istituzioni culturali, non lo trascinarono mai a farsi giacobino e antisabaudo. E quando la restaurazione sabauda parve voler travolgere nella sua cieca illusione di ripristinare il passato così com’era stato anche i pur timidi esiti di quegli sforzi riformatori, ancora una volta Vernazza non volle cedere, pur a costo di amare delusioni. Può essere ancora oggi una lezione, quella di un ceto di intellettuali che ritiene suo dovere non chiudersi nell’empireo dei propri studi ma cimentarsi con progetti concreti nell’agone politico.

Come può essere ancora oggi una lezione quella di una classe dirigente che nel voler scientemente cooptare al suo fianco gli intellettuali più acuti trova la ragione della propria eccellenza. Di un «albesano» di tanto rilievo finalmente si torna a parlare. Spero che non si tratti soltanto di una effimera parentesi. Potrebbe essere giunto il momento di una rivisitazione completa e di una schedatura dell’immenso complesso di carte lasciate da Giuseppe Vernazza. Forse varrebbe anche la pena di una edizione di quelle più significative. Il programma non sarebbe dispiaciuto al barone di Freney, che tra i suoi tanti meriti ebbe anche quello di riordinatore dei manoscritti della Biblioteca della Università torinese.
GIANFRANCO MAGGI
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